Mentre il presente s’infrange come uno specchio rotto che riflette e moltiplica infinitamente ti volti indietro e immagini di fermare il tempo in un' orizzonte congelato
Geskia: Frozen Horizon Andrew Liles: Marian Unfaithful Sisterhood - Colours Blvck Ceiling: Numbs Vatican Shadow & Cut Hands: We Hunger (Vatican Shadow Remix) Six Six Seconds - Tearing Down Heaven Född Död: Utan Skugga Limitless Wave X Bl Nc – Everything Automat: Plusminus Zamilska: Army Lifted: Silver
Ho avuto una visione l’altro giorno.
Dovuta al caldo, forse...
Era un’orribile giorno al calor bianco, un’afoso giorno come tanti altri nella padania orientale.
Stavo camminando in quei non-luoghi fatti di asfalto, tipo centri
commerciali, parcheggi con cartelloni pubblicitari rotanti, vetrine che
riflettono il sole accecante, insomma quei posti che nei festivi
diventano “alternativi” alle lunghe code verso il mare.
Ma la cosa peggiore era la musica, orribile, specchio di un mondo
dove le uniche cose a durare più di una canzone di Antonacci sono guerre
e carestie. E quando gli altoparlanti ripetono qualche radio è anche
peggio: alternano musica inascoltabile a inutili speaker gossippari. Mi
sento soffocare e decido di accelerare il passo per scappare da lì.
Ad un tratto giro in una stradina di campagna, mentre l’aria
rinfresca e la luce lascia spazio alla penombra della sera riflessa nel
largo canale. Sono circondato da querce per le ghiandaie, noccioli per i
moscardini, biancospini per i merli, ontani per i lucherini e poi
carpini, frassini, salici per i picchi ...
Ed è subito un altro vivere. C’è musica nell’aria, un suono che mi ricorda emissioni notturne di tanto tempo fa.
Quel suono dell’anima che non riesco mai ad riascoltare perché invaso dal "troppo" attuale.
Intro romantico affidato al solo pianoforte, dalla quale lentamente
emerge una breve ossessiva melodia sulla quale si aggiungono il
clarinetto, un decadente coro di tastiere ed, ultima, la voce a
cavalcare una armonia che cattura.
Voci e suoni amici, conforto di un passato pieno e di un futuro aperto. Il paradiso insomma.
Da non muoversi più da qui.
Ma ecco proprio sul più bello sento una botta sulla spalla e il brutto concerto di chiacchiericcio, di “one nation one station”, di clacson, di rombi di motore e voci incazzate ricomincia: “Ecco il tuo solito mondo di merda”.
Quella breve ed intensa visione ora mi sfugge, ma il suono attraverso la quale è apparsa rimane:
Per lasciarsi trasportare all'interno, per provare a scorrerci dentro per scendere nel suo profondo per trovare nuova linfa che pulsa nelle vene del suono
Kleerup Ft Lykke Li: Until We Bleed (Yung Gud Sad Remix)
Gelka Feat. Phoenix Pearle: Million Nights (Synkro Remix)
Breakage: Bad Blood
Niquill: Absence
LO2S: Late
Glxy: Promise
Fynn: Simple Life
Eocene Nine: Chasm
HNRK: Hauptbahnhof
Legiac: Keplerian Orbit
Gantz: Gantz - Elmo Rehab
Logos: Savanna Overlord
ascolta nel vuoto ricerca quel tono quella voce che annulli la gravità e che ti possa sollevare di tutto il peso di troppo
Jimmy Spoon: Emptiness
Turtle: Us
Terl: Lent Your Dream
Xelλrλin: Indighost
Nollores: The Pain Withheld
Nicolas Jaar: Pass The Time
Dashevsky – Alone
Olenibeats: White My Tenderness feat. Slow-Sun
Alaskan Tapes: 4 Vacant (Ft. Monika Cefis)
Spc Eco: Let It Be Always
Submotion Orchestra: Worries( Kasqa_Remix)
Dcult & Perverse: Never (feat. Zia Flow)
Nemmeno ci provo. Proprio non ne sarei capace.
Di fare una recensione cinematografica, dico, per quella vi rimando qui.
Ma “Youth” di Sorrentino mi ha portato dentro a
certi rit(m)i del mio sentire. Perché ci interroga, oltre che sul tempo
che passa, anche sul senso del silenzio. Che non è tanto l'assenza di
suoni, ma la base stessa del suono, del linguaggio e forse anche del
cinema.
Ci invita a renderci “sensibili a quei fili di silenzio di cui il tessuto del suono è intramato”.
Insomma più che seguire una trama questo film sembra segua una partitura.
“Io capisco solo la musica” dice Michael Caine che in “Youth” è un corteggiato compositore e direttore d’orchestra che si è ritirato dalle scene “c'è e non ha bisogno di parole, ne di spiegazioni”
Solo ha partire da questa consapevolezza, ben presente nel
protagonista del film, si può scoprire che paradossalmente il silenzio
parla molte voci. Ce n'è uno prezioso (il silenzio è d'oro) e uno che
indica penuria (il silenzio di tomba), ma anche il silenzio che crea
tensione e quello della mancanza come in Lisbon story di Wenders quando il fonico registra l'assenza dell'amico.
Ma tornando al film di Sorrentino: vedendo le scommesse dei due vecchi amici (Harvey Keitel e Michael Caine) sul fatto che coppia vicina di tavolo non si parla mai: “stasera apriranno bocca, sì o no?” oppure nella scena dove la giovane massaggiatrice sussurra: “non serve parlare basta toccarsi per capirsi”
, sembra che il regista voglia riflettere sul silenzio e sul fatto che
bisogna re imparare ad ascoltarlo e in questo caso anche a guardarlo. John Cage diceva: “Non esiste il silenzio. Accade sempre qualcosa che produce suono”. Ma per captare quel qualcosa bisogna sottrarsi al rumore di fondo.
Certi silenzi possono sembrare apatia, e di apatia viene accusato
dalla figlia il musicista protagonista di Youth. Ma guardare o sentire
una cosa vuota è sempre guardare o sentire qualcosa, se non altro gli
spettri della propria attesa.
L’apatia semmai è frutto della comunità obbligatoria connessa 24 ore
su 24 che ci impedisce di restar in silenzio. E allo stesso tempo
l'affollamento di immagini, parole, suoni di oggi essendo privo di corpi
è oppresso dalla solitudine.
Imparare la sottrazione dalla massa infinita di rumore, ricreare le
condizioni per l’ascolto del silenzio, ecco cosa serve per accorgersi
dell’altro da sé. Perché diventare apatici è sicuramente peggio che
diventare vecchi.
Ancora a passeggio, aggrappato alla semi oscurità che sembra rendere più visibile agli occhi l'ascolto silenzioso delle sfumature del suono
Lars Leonhard: Passenger At Night
Amon Tobin: Encounter On Io
Clark: Unfurla Cremated
Klatu - Window Trinket
My Head: Torture
Lophide:Tint (Myhead Remix)
Luqus – Fall
Aural Void: insonnia
Emika: Destiny Killer
Skaititajs Behind-The-Doors
Venture: As My World Falls Apart
“E' un festival rock!” questa affermazione di un mio giovane amico quando gli ho mostrato il programma del Sherwood festival 2015 mi ha fatto pensare:
Ma Sherwood è un festival rock? Parlare di Rock ha ancora senso? Il rock è vivo o è morto?
Sicuramente non è più quello di una volta, ma siccome considero la
nostalgia una passione triste vale la pena di indagare cosa è cambiato.
Il
rock era basato su alcuni parametri ampiamente condivisi: immediatezza e
potenza comunicativa, immagine, ribellismo e centralità del front-man
cantante. Quando queste qualità coincidevano nasceva l'icona rock capace
di impersonificare in sé le inquietudini, le ansie e i desideri di
intere generazioni.
L’ultima scena musicale (il Grunge) e l’ultimo martire rock ( Kurt Cobain) sono nati nella città (Seattle)
e nel tempo che ha dato il via alla rivoluzione digitale. Una
coincidenza piena di significati. Mentre i grandi giornali rock
riempivano le copertine di quest’ultima icona , la musica e la sua
fruizione si trasformava radicalmente grazie ad un uso moltitudinario
delle nuove tecnologie. Il musicista diventava spesso “senza volto” e
“senza scena” e ad eccezione forse del dubstep londinese anche senza un
vera connotazione geografica. E proprio in quel periodo si cominciò a
parlare di “Post Rock”.
In poche parole è la post-modernità che si fa musica e così anche il
rock essendo incapace di narrare ancora il sentire delle nuove
generazioni native digitali, cambia pelle.
La musica cambia in tutti
i campi: composizione, realizzazione, produzione, fruizione,
circolazione. Le etichette discografiche e la promozione diventano
marginali, gli studi non servono più: basta la propria cameretta e la
rete.
In un mondo in cui sei rincorso da miriadi di richiami, apparati di
cattura di un potere mediatico che pervade la vita è nata in molti la
convinzione che “è meglio perdersi che essere trovati”. Per questa generazione precaria con le sue vite insoddisfatte l'idea beatnik del “viaggiare senza arrivare” è diventata l'idea del “perdersi da nessuna parte”.
Il post rock diventa ricerca di un’altrove: la
consapevolezza dell’impossibilità di lasciare il segno in in mondo
inflazionato dai segni, e di contro la ricerca della beatitudine che
permetta di svettare sopra il presente almeno per la durata di una
canzone. Anzi per la durata di un brano visto che il formato canzone è
definitivamente superato. Il rock per come lo avevamo tradizionalmente
inteso non c’è più!
Da anni insomma c’è un fantasma che si aggira per l’oceano di suono e
si chiama “rock” che si materializza oramai solo nei megalive estivi di
vecchie e stanche icone che non si lasciano svanire oppure nei loro
cloni e nelle loro cover band.
Ma allora ha ancora senso parlare di questo genere musicale che ha
segnato il secolo scorso? Forse sì! Magari per fare un volo
interstellare, lì dove Dio si trasforma in un astronauta, guardare il cielo sopra la foresta di Sherwood e spiccare il volo oltre quel che resta del rock.